E’ un attacco a tutto campo ad Alemanno comparso su Il Foglio di martedì scorso a firma di Alessandro Giuli. Un attacco basato sulla difesa di una fantomatica cultura romana, orgogliosamente non subalterna alla cultura cattolica: “mai prima d’ora la Capitale –scrive Giuli- aveva patito una subalternità culturale così evidente”.
E giù ad elencare le glorie della cultura liberal-massonica impersonata dal sindaco Ernesto Nathan (“il prodotto primonovecentesco più splendido dell’unità italiana”). Giuli dipinge lo “illuminato, massone e giudeo” Nathan come colui che portò la luce elettrica a Roma e fu “il garante di una ricchissima stagione di scoperte archeologiche”. Forse Giuli non sa che, per esempio, al tanto famigerato Pio IX si deve la creazione del primo parco archeologico del mondo -quello dell’Appia Antica-, e che la legislazione di tutela del patrimonio storico ed archeologico dello Stato pontificio è stata la prima e più avanzata d’Europa, punto di riferimento imprescindibile per tutte quelle venute dopo.
Forse a Giuli è anche sfuggito che Nathan è stato, come la stragrande maggioranza dell’ambiente massonico da cui proveniva, un acceso fautore dell’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale (“Il Grande Oriente fu il principale autore dell’intervento dell’Italia in guerra”, afferma il Gran Maestro Torigiani nel 1922), nella convinzione che la guerra avrebbe definitivamente posto fine alla “potente organizzazione clericale che -coerente alla sua secolare politica liberticida, e paurosa del carattere rinnovatore del presente conflitto-, si vale delle armi spirituali per infiacchire gli animi” (da una circolare del Grande Oriente del 1917). La morte di più di 500.000 poveracci, quattro anni di sofferenze inaudite, le conseguenze della guerra in tutta Europa, tutto questo sfugge a Giuli che plaude al sindaco Nathan definito “teoricamente internazionalista”.
Suppongo che il vicedirettore del Foglio apprezzi l’idea di internazionalismo liberale condivisa dal sindaco Nathan, sicuramente più illuminato di Alemanno. Il 20 febbraio del 1919 il Gran Maestro rifletteva sull’opportunità di inviare alle logge una circolare in cui, appoggiando il disegno del massone Wilson a favore della creazione di una Lega delle Nazioni per la “attuazione del principio della Fraternità”, metteva ben in chiaro cosa per fraternità dovesse intendersi. Questo il convincimento dell’internazionalista Nathan: “se nell’India il numero dovesse essere predominante sulla coltura, le poche centinaia di mila inglesi sarebbero sommersi dai 200 milioni di indiani; se il numero bruto è criterio per la direzione di una regione, non v’è Nazione che abbia diritto di possedere colonie e malamente si comprende il Governo Americano alle Filippine”. Poste le premesse, le conseguenze sono logiche: “è evidente che la maggiore civiltà deve avere ascendente sul maggior numero nelle zone grigie e nei dubbi confini delle nazionalità che popolano la sponda orientale dell’Adriatico”.
Giuli accenna alle “cantilene” ripetute dalla cultura che avversa. Ma, evidentemente, la lingua batte dove il dente duole. Di insulti cantilenanti il suo pezzo è pieno. Una per tutti. La propaganda risorgimentale si riferisce spesso, a proposito dell’esercito pontificio, alla presenza in esso di “mercenari”. Quei mercenari di cui Giuli irride l’uccisione a Porta Pia. Di mercenari parlavano i generali Cialdini e Fanti. Di mercenari parlavano Vittorio Emanuele e Cavour per giustificare l’invasione, senza dichiarazione di guerra, del territorio pontificio.
Ecco cosa scrive Cavour al segretario di stato di Pio IX, cardinal Antonelli, il 7 settembre 1860: “Eminenza. Il Governo di Sua Maestà il Re di Sardegna non poté vedere senza grave rammarico la formazione e l’esistenza dei corpi di truppe mercenarie straniere al servizio del Governo Pontificio. L’ordinamento di siffatti corpi non formati, ad esempio di tutti i Governi civili, di cittadini del paese, ma di gente di ogni lingua, nazione e religione, offende profondamente la coscienza pubblica dell’Italia e dell’Europa”. A Cavour risponde, oltre ad Antonelli, anche il papa che scrive: “Con singolare malignità il Governo Subalpino non si vergogna di dare con somma calunnia a questi Nostri guerrieri la taccia di mercenari, quando non pochi di essi, sia indigeni, sia stranieri, sono di nobile stirpe e ragguardevoli per nome illustre di famiglia, e, animati da solo amore di religione, vollero, senza alcuno stipendio, militare nelle Nostre schiere”.
Giuli sembra rivendicare i meriti di una cultura laica di matrice anticattolica. Se il merito della cultura risorgimentale è quello di aver combattuto la cultura cattolica degli italiani in nome di una gloria pagana che si voleva far risorgere, forse vale la pena di ricordare che mai l’Italia è stata tanto povera come quando, immediatamente dopo l’unità, la sua popolazione è stata costretta ad un’emigrazione di massa.
Quando si rinfaccia ad Alemanno, come fosse una colpa, l’idea di intitolare a Wojtyla la stazione Termini (“da Terminus, il dio romano dei confini”), si dimentica che i funerali di Giovanni Paolo II hanno richiamato a Roma tutti i leaders mondiali, compresi i tre ultimi presidenti degli Stati Uniti.
Forse non sono i cattolici ad esser provinciali. I veri provinciali sono quanti si attardano nell’arrogante e falsa cantilena delle glorie anticattoliche del periodo risorgimentale. E questi sono, oltre ogni ragionevole dubbio, i veri antitaliani.
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