In un articolo non va bene abbondare in citazioni perché diventa noioso. Nel caso della conquista del regno delle Due Sicilie però, conviene ricorrere il più possibile alle testimonianze dirette perché quello che raccontano è semplicemente incredibile. Incredibile che nel nome della libertà, del progresso, della costituzione, della gloria dell’Italia da riconquistare, degli italiani abbiano perseguitato altri italiani. Un’intera popolazione di italiani: la più numerosa, quella meridionale.
Il liberalismo italiano ed europeo dell’Ottocento rigurgita di appelli alla morale. Al Congresso di Parigi del 1856, in nome della morale, Cavour denuncia le orribili condizioni in cui versano gli abitanti dell’Italia centro-meridionale, oppressi dal malgoverno borbonico e pontificio. Gli italiani “gemono”, questo dicono i rappresentanti delle grandi potenze: andarli a liberale è un dovere.
E così un regno in pace con tutti, il Regno delle Due Sicilie, è attaccato senza dichiarazione di guerra da Vittorio Emanuele II di Savoia, cugino di Francesco II di Borbone. Francesco II, salito al trono giovanissimo alla morte improvvisa del padre, così ricorda: “Ho creduto in buona fede che il re del Piemonte, che si diceva mio fratello e mio amico, che si protestava disapprovare l’invasione di Garibaldi non avrebbe rotto tutti i trattati e violate tutte le leggi per invadere tutti i miei stati in piena pace, senza motivi né dichiarazioni di guerra”.
La morale del conte di Cavour non è da meno. Subito dopo il Congresso di Parigi organizza nei dettagli l’invasione delle Due Sicilie assieme allo storico massone Giuseppe La Farina, siciliano, segretario della Società Nazionale. Così racconta La Farina nel 1862: “Per quattro anni vidi quasi tutte le mattine il conte di Cavour, senza che alcuno dei suoi amici intimi lo sapesse, andando sempre due o tre ore prima di giorno, e sortendo spesso da una scaletta segreta, ch’era contigua alla sua camera da letto, quando in anticamera era qualcuno che lo potesse conoscere! E in uno di questi notturni abboccamenti, nel1858, fu presentato al conte di Cavour il generale Garibaldi, venuto clandestinamente da Caprera”. Naturalmente, ove la cosa fosse trapelata, Cavour avrebbe rinnegato tutto: “Venga da me quando vuole, ma pria di giorno, e che nessuno lo veda e che nessuno lo sappia. Se sarò interrogato in Parlamento o dalla diplomazia (soggiunse sorridendo) lo rinnegherò come Pietro e dirò: non lo conosco”.
Quando il 13 settembre 1860 Pio IX scrive a Francesco II per confortarlo (“ho veduto la Maestà Vostra tradita da uomini cattivi o inetti o deboli, ho detto tradito perché è verità”), non a caso parla di tradimento: il re è circondato da traditori, a cominciare dal primo ministro Liborio Romano, massone anche lui, segretamente alleato con Cavour e Garibaldi. Fidando sulla bontà d’animo del giovane Re, Romano gli consiglia, per evitare la distruzione dell’adorata Napoli, di lasciare il campo senza combattere limitandosi ad invocare a giudice l’Europa ed aspettando “dal tempo e dalla giustizia di Dio il ritorno della fiducia, ed il trionfo dei suoi diritti legittimi”.
Succede l’incredibile: Francesco II abbandona la capitale senza combattere. “Discendente di una Dinastia che per 126 anni regnò in queste contrade (così Francesco scrive ai cittadini) i miei affetti sono qui. Io sono Napoletano”. Tutti conoscono il mio amore per Napoli ed il mio desiderio di “guarentirla dalle rovine e dalla guerra, salvare i suoi abitanti e le loro proprietà, i sacri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni di arte, e tutto quello che forma il patrimonio della sua civiltà e della sua grandezza”.
Francesco scambia il desiderio di pace e di prosperità con il dovere del sovrano di difendere la nazione. L’errore è imperdonabile: il regno è messo a ferro e fuoco, la ricchezza pubblica e privata dilapidata, borghi e città devastati, moltissimi sudditi trucidati perché fedeli al proprio re ed alla religione cattolica.
Così documenta la rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica dopo aver elencato tutte le insurrezioni spontaneamente esplose ovunque contro i garibaldini: “la reazione scoppiò come un vulcano, e fu spenta nel sangue sparsovi largamente e con inaudita crudeltà dai sicarii Garibaldini guidati da Ungheri, da Scozzesi, da Inglesi e da Francesi”. La precisazione non è un dettaglio: alla liberazione dell’Italia dal cattolicesimo partecipano congiunte tutte le forze del progresso. L’internazionale liberale precede nel tempo quella comunista. Lasciando Gaeta, quando la sua vicenda di Re è ormai conclusa, Francesco II così fotografa la situazione: “Le finanze non guari sì fiorenti, sono completamente ruinate, l’amministrazione è un caos, la sicurezza individuale non esiste. Le prigioni sono piene di sospetti, in luogo della libertà, lo stato d'assedio regna nelle provincie e un generale straniero pubblica la legge marziale decretando le fucilazioni istantanee per tutti quelli dei miei sudditi che non s’inchinano innanzi alla bandiera di Sardegna. Uomini che non hanno mai visto questa parte d’Italia costituiscono il vostro governo, le Due Sicilie sono state dichiarate provincie d’un regno lontano. Napoli e Palermo saranno governate da prefetti venuti da Torino”. Viva l’Italia.