Ormai parecchi anni fa’, la compagna norvegese di un mio amico non perdeva occasione per rimarcare l’assurdità tutta italiana di mantenere i figli molto oltre la maggiore età. Come era possibile una così pervasiva presenza della famiglia? La compagna del mio amico, più che trentenne, era mantenuta in Italia da una borsa di studio dello stato norvegese ma questo, a suo giudizio, non era comparabile al sostegno economico dei genitori. L’aiuto offerto dalla collettività sarebbe stato moralmente migliore di quello procurato dalla famiglia.
Verrebbe da dire che, in un caso come nell’altro, non si può fare a meno di un padre o di una madre. Si chiamino essi stato e servizi sociali o papà e mamma. La questione però non è indifferente. Perché essere accuditi dallo stato, cioè dall’insieme della società, non è la stesa cosa di esserlo da parte di due persone concrete. Nel primo caso l’anonimato burocratico prevale sulla relazione personale fatta di affetto, premura, compassione. Nel secondo l’impersonalità rende l’aiuto meno ingombrante, e quindi meno difficile da ammettere e da accettare.
Da quando, nel seicento, si è affermata la dottrina del patto sociale, la società è vista come l’insieme di individui legati dalla libera sottoscrizione di un vincolo. L’individuo, non la persona, è la cifra intorno a cui ruota l’organizzazione sociale. L’individuo da una parte, lo stato dall’altra. In mezzo nulla. Non famiglia, non associazioni né confraternite. Nel 1881 Leone XIII definiva il supposto patto originario: “Manifestamente fantastico e fittizio” perché “ gli uomini non essendo una razza selvatica, indipendentemente dalla loro stessa libera volontà sono portati dalla natura alla socievole comunanza”.
Leone XIII parla della socievolezza intrinseca alla natura umana e non dice una novità: anche Aristotele lo sapeva. Ma, nonostante la sua scarsa plausibilità, la teoria del patto ha avuto ed ha molti estimatori. Sicuramente quelli che puntano sui diritti dei singoli scindendoli, separandoli, da ogni ricaduta sociale. E’ così che, oggi, dell’esistenza del ministero della famiglia nessuno sa nulla, mentre di quello delle pari opportunità tutti parlano, e non soltanto per l’avvenenza di chi ricopre l’incarico. Il problema è diventato quello di difendere il singolo e le sue scelte. Che nessuno deve poter giudicare. Salvo ricadute manifestamente dannose per gli altri. E anche in questo caso con misura, perché, tanto per fare un esempio, se i masochisti sono consenzienti, i sadici sono puniti con moderazione. Basti pensare a cosa è avvenuto a Kassel, in Germania, nel 2004. Lì un cannibale confesso è stato condannato a soli otto anni e mezzo di carcere perché la vittima era consenziente.
Senza portare alle estreme conseguenze l’enfasi per le libertà individuali (della libertà sganciata dalla verità) diffuse da tutti i media, dai giornali, dalle televisioni, dalle istituzioni, basta dare un’occhiata alla realtà sociale che quest’enfasi produce.
La ricerca del piacere, dell’attimo fuggente, della felicità ad ogni costo, comporta l’abbandono dei figli al dramma che li priva del diritto di avere un padre ed una madre che vivono insieme. Vivono insieme anche in mezzo a difficoltà perché, questo è certo, il paradiso in terra non esiste. Il diritto all’autorealizzazione comporta l’abbandono dei vecchi negli ospizi: non si ha tempo per loro e va bene così. Il diritto alla proprietà del nostro corpo trasforma l’aborto in un diritto mentre, specularmente, il diritto ad avere figli rende leciti i tentativi più fantasiosi per procurarseli.
Risultato? Una società di vecchi. Una società di soli. Una società povera nel senso più profondo. Povera di vita. Di risorse per il futuro. Priva di speranza. Una società che, non mettendo al mondo figli, si priva della stessa possibilità di sopravvivenza.
Per il 2011 ho un sogno. Lo scorso 12 dicembre l’ambasciatore americano Thorne ha promosso a Roma un’iniziativa in difesa dell’uguaglianza dei diritti, intesa come salvaguardia dei diritti dei gay, delle lesbiche e dei trans. Polverini, Zingaretti ed Alemanno hanno dato il loro patrocinio. Un patrocinio politicamente corretto e convintamente bipartisan.
Il sogno è questo: perché le istituzioni regionali e statali non prendono atto della necessità, nell’interesse primario della nostra sopravvivenza, di sponsorizzare la difesa della famiglia come cellula fondamentale che rende possibile la vita e, insieme alla vita, l’educazione alla solidarietà, alla cura dei più deboli e degli infermi?