Così va il mondo. Calunnie lanciate ad arte per distruggere gli avversari, minarne l’autorevolezza ed occupare gli spazi lasciati liberi.
Le accuse gridate dal New York Times contro Benedetto XVI, accuse che lo vedrebbero insabbiatore dei casi di pedofilia nel clero, hanno l’obiettivo di mandare in frantumi l’autorità morale del papa e, quindi, di privare la chiesa cattolica della sua credibilità. Non è una novità.
Sembrerà strano, ma nell’Ottocento protestante e massonico andava di moda ridicolizzare l’immagine dei cattolici, in particolare dei cattolici italiani, irrisi anche allora a partire dalle loro supposte abitudini sessuali. Da quale pulpito veniva l’accusa? Dal più alto possibile, dall’allora premier più potente del mondo, lord Palmerston. Siamo nel 1861, è appena morto Cavour, ed il primo ministro inglese viola una prassi consolidata nella nazione imperiale per eccellenza: in Parlamento si commemorano solo inglesi. Ma Cavour vale l’eccezione, perché ha appena posto fine alla più che millenaria esistenza dello stato pontificio. Queste le incredibili parole di lord Palmerston: “Abbiamo visto sotto la sua guida e la sua autorità un popolo che sonnecchiava risvegliarsi all’improvviso vigoroso e forte. Questo popolo era in realtà addormentato, inerte, snervato dalla lussuria e dalla ricerca dei piaceri. Ora questo popolo, alla voce di un solo uomo, si risveglia da un sonno secolare, sente in sé stesso la potenza e la forza del gigante, e in poco tempo ottiene quella libertà che per tanti secoli gli era stata rifiutata”.
Un anno dopo, alla Camera dei Comuni, Palmerston torna ad occuparsi dell’Italia e delle sue sorti: “Io dico che il potere temporale del papa cesserà e che Roma, presto o tardi, diverrà la capitale d’Italia! Ma il Papa potrà mantenere la sua dignità come capo della Chiesa cattolica, occupando il Vaticano, e Roma potrà essere nel tempo stesso capitale d’Italia”. Veramente profetico, lord Palmerston! In nome della libertà, ça va sens dire, otto anni dopo, succederà proprio come da lui auspicato.
Tornando ai nostri giorni, in una delle catechesi del mercoledì dedicata a S. Clemente I, papa alla fine del primo secolo, Ratzinger diceva: “all'indomani della persecuzione i cristiani, ben sapendo che sarebbero continuate le persecuzioni, non cessano di pregare per quelle stesse autorità che li avevano condannati ingiustamente. Il motivo è anzitutto di ordine cristologico: bisogna pregare per i persecutori, come fece Gesù sulla croce. Ma questa preghiera contiene anche un insegnamento che guida, lungo i secoli, l'atteggiamento dei cristiani dinanzi alla politica e allo Stato. Pregando per le autorità, Clemente riconosce la legittimità delle istituzioni politiche nell'ordine stabilito da Dio; nello stesso tempo, egli manifesta la preoccupazione che le autorità siano docili a Dio […]. Cesare non è tutto. Emerge un'altra sovranità, la cui origine ed essenza non sono di questo mondo, ma ‘di lassù’: è quella della Verità, che vanta anche nei confronti dello Stato il diritto di essere ascoltata”. Questa Verità Ratzinger rappresenta e non sembra proprio sia disposto a dimenticarlo.