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Se conoscere diventa reato

(da Il Tempo, 25-06-2011)
Quand’ero una giovane e brava studente l’estate andavo in Inghilterra che consideravo la mia vera patria: la patria della libertà. Era la fase marxista della mia vita e avevo conosciuto un compagno persiano. Tramite lui ero entrata in contatto con un minuscolo gruppo di maoisti la cui casa era un magazzino di stampa propagandistica. Libri, volantini, foto, immagini di sculture popolari che, unite insieme, riempivano un’intera parete. Assorbivo tutto e, poveri i miei genitori, tornata a casa trasformavo la mia stanza in un centro di eroismo rivoluzionario.
La rivoluzione culturale era in corso ed anch’io, convinta, ripetevo che l’uguaglianza bisogna realizzarla davvero, anche nel modo di pensare. Nulla si sapeva delle decine di milioni di morti che quel cinico esperimento di potere stava provocando. Anche oggi, in Cina e fuori, c’è una specie di pudore nel raccontare dei fatti di allora, perché troppi e troppo grossi sono i crimini commessi. Compreso il ricorso alla carne dei bambini mangiati per sopravvivere o per l’eccellenza del gusto della carne umana. 
In nome dell’uguaglianza culturale Mao spediva i borghesi, i professori universitari, i medici, gli avvocati, i notai, gli architetti, ad imparare dai contadini. Le famiglie sono state smembrate in modo che ogni membro della borghesia potesse essere rieducato a dovere imparando come si sta al mondo alla severa scuola degli ultimi della terra. Le conseguenze? Facciamo un esempio: dal momento che i medici andavano rieducati per la superbia del troppo sapere, i malati erano operati dagli infermieri! Tutti uguali. Tutti con lo stesso bagaglio culturale. Chi aveva il privilegio di conoscere una lingua straniera, considerato un malfattore, andava anche lui, come chiunque avesse qualche etto di conoscenza in eccesso, spedito in campagna.
Cosa c’entra tutto questo con l’Italia di oggi? C’entra e molto. Mentre tornavo a casa in macchina e ascoltavo le notizie su Radio 24, la mia giovinezza mi si è riaffacciata come un incubo. Il giornalista raccontava della P4 e di Bisignani. Diceva, alla lettera, che Bisignaniè uomo pieno di conoscenze. E’ un tipo che ha contatti con tutti. Perbacco! Bisignani quindi sarebbe su tutti i giornali perché persona influente. Perché i suoi sono consigli tenuti in gran conto da personalità del mondo politico ed imprenditoriale. Da non credere! Bisignani colpevole per le troppe conoscenze. Colpevole di marcata disuguaglianza.
Il paragone con Mao e la rivoluzione culturale è tutt’altro che improprio. Anche da noi, anche in Italia, si fa giustizia e si mettono sotto inchiesta persone che hanno molti contatti: è evidente che la loro è un’esistenza privilegiata che va corretta. A tutti le stesse opportunità. A tutti la stessa influenza. In un’Italia in cui la cultura non conta più nulla, bisogna fare giustizia colpendo quanti conoscono troppe persone. Troppe persone che contano.